Oltre un terzo della popolazione mondiale ha carenza di Vitamina D

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Tra le diverse patologie cronico-degenerative che affliggono la nostra società, l’osteoporosi è fra quelle a maggiore impatto non solo sanitario, ma anche economico e sociale. Viene anche definita “epidemia silenziosa” in quanto non dà alcun sintomo specifico e, spesso, l’esordio della malattia è rappresentato da fratture che, tipicamente, interessano vertebre, femore, polso e altri siti scheletrici[1],[2].

L’osteoporosi è comunemente associata ad una carenza di Vitamina D. Come è noto, infatti, l’ipovitaminosi D è una condizione con un potenziale impatto negativo sulla salute, in particolare quella ossea e quella muscolare. Nella popolazione pediatrica, il deficit vitaminico D è causa di rachitismo mentre negli adulti bassi livelli di vitamina D sono associati a osteomalacia, osteopenia, osteoporosi e rischio di fratture. A ciò si aggiungano i risultati preliminari di alcuni studi che documentano l’esistenza di possibili correlazioni tra la condizione di ipovitaminosi D e l’aumento del rischio di tumori o di malattie cardiovascolari.
 “La Vitamina D, in generale, svolge un ruolo importantissimo per la salute delle ossa poiché concorre all’assorbimento del calcio – ha spiegato il Prof. Giovanni Minisola, Past President della SIR e Direttore della Divisione di Reumatologia dell’Ospedale “San Camillo” di Roma – In caso di carenza, si assorbe meno calcio e aumenta il rischio di incorrere in alcune malattie delle ossa, prima fra tutte l’osteoporosi. Inoltre, recenti studi hanno enfatizzato la possibile correlazione tra deficit di Vitamina D e varie patologie autoimmuni, tra cui l’Artrite Reumatoide.”
Laddove ritenuto opportuno è possibile intervenire con una supplementazione di Vitamina D attraverso integratori vitaminici, ponendo particolare attenzione per alcune categorie di persone considerate più a rischio, tra cui i pazienti in terapia con corticosteroidi, farmaci che riducono la mineralizzazione ossea, e le persone anziane, che producono poca vitamina D per una ridotta esposizione ai raggi del sole.
Nonostante bassi livelli di Vitamina D abbiano un potenziale impatto negativo sulla salute, ancora oggi i dati sui suoi livelli a livello di popolazione sono limitati e con risultati spesso contraddittori tra loro. Di qui la messa a punto di una rassegna sistematica della letteratura per superare questo gap, avente lo scopo di esaminare in pattern di 25(OH)D nel mondo e di valutare le differenze esistenti in base al sesso, all’età e alla regione geografica di appartenenza.  
Una nuova rassegna sistematica della letteratura, pubblicata sulla rivista British Journal of Nutrition,  sembra suggerire come più di un terzo della popolazione mondiale sia a maggior rischio di ipovitaminosi D. La review rappresenta una delle prime pubblicazioni documentabili che si siano focalizzate sui pattern di vitamina D a livello di popolazione e all’interno di sottogruppi chiave, mediante utilizzo dei livelli di 25(OH)D (la forma misurabile nel plasma della vitamina D) al fine di migliorare il confronto tra gruppi.
Un team di ricercatori guidato da Kristina Hoffmann del Mannheim Institute of Public Health (MIPH) ha, quindi, analizzato quasi 200 ricerche (attraverso uno screening della letteratura sui principali database biomedici esistenti) sul tema promosse in 44 paesi, che hanno coinvolto circa 168.000 persone.
I risultati principali sono stati i seguenti:
          Il 37,3% degli studi recensiti ha documentato livelli medi plasmatici di 25(OH)D <50 nmol/l, valore considerato inadeguato dalla maggior parte delle autorità sanitarie nel mondo
          Esistono pochi studi riferiti alla popolazione dell’America Latina
          I valori più elevati di vitamina D sono stati rilevati in Nord America rispetto all’Europa e al Medio Oriente
          Differenze in base all’età sono state osservate nelle popolazioni delle regioni Asiatiche del Pacifico e del Medio Oriente, e non ovunque
          La sostanziale eterogeneità tra gli studi all’interno di ciascuna area geografica considerata non ha consentito di trarre conclusioni sullo status carenziale vitaminico a livello di popolazione
          E’ necessaria la messa a punto di studi opportunamente disegnati che minimizzino le fonti potenziali di bias e consentano, in tal modo, di rafforzare la comprensione sullo status vitaminico in alcuni sottogruppi chiave di popolazione a livello globale
“La forza del nostro studio risiede nell’aver adoperato criteri di inclusione più stringenti per filtrare e mettere a confronto i dati dei diversi studi, utilizzando i livelli plasmatici di 25(OH)D a tal scopo – ha sottolineato  la Dott.ssa Kristina Hoffmann – Nonostante lo studio abbia documentato in grado elevato di variabilità dei risultati sullo status vitaminico D a livello di popolazione, più di 1/3 degli studi recensiti ha mostrato livelli di 25(OH)D inferiori alla soglia di accettabilità posta a 50 nmol/l”.

 “Dato l’incremento globale del numero di soggetti molto anziani e l’incremento (prossimo alla quadruplicazione) dei casi di frattura all’anca per osteoporosi a partire dal 1990, le autorità sanitarie pubbliche dovrebbero indirizzare la loro attenzione sull’impatto della presenza di livelli inadeguati di vitamina D sul rischio di fratture e la salute globale della popolazione anziana come di quella della prima infanzia e degli adolescenti – ha aggiunto Judy Stenmark, Ceo dell’IOF -International Osteoporosis Foundation – La IOF sollecita la messa a punto di nuovi studi come l’adozione di misure di salute pubblica che dovrebbero aiutare a migliorare lo status vitaminico in questi gruppi di popolazione a rischio elevato”.



[1]Piscitelli P, Brandi ML, Chitano G et al (2011) Epidemiology of fragility fractures in Italy. Clin Cases Miner Bone Metab 8:29-34
[2]Rossini M, Piscitelli P, Fitto F et al (2005) Incidence and socioeconomic burden of hip fractures in Italy. Reumatismo 57:97-102
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